Alla fine degli anni ’90 tutte le testate giornalistiche mondiali riportavano informazioni a caratteri cubitali su quello che è stato uno degli scandali più clamorosi della politica americana: il  Sexgate.
Come non ricordarlo? E comunque, se qualcuno ha la memoria a lungo termine disagiata o magari è troppo giovane e approda per caso da queste parti, faccio un breve riassunto del caso. La giovane Monica Lewinsky fresca di laurea in Psicologia, entra in Casa Bianca per uno stage e si innamora del suo capo, l’allora Presidente Bill Clinton. I due, presi dall’ardore decidono di consumare questa travolgente passione nella stanza ovale, nei dintorni di essa, e così via. Ma lei, giovane e forse incredula, non riesce a tenere il segreto e racconta tutto ad una sua cara amica, che ha l’abitudine comunissima (lol) di registrare gli audio delle telefonate e di diffondere poi urbi et orbi questi audio. Da quel momento in poi la storia si infittisce, iniziano indagini, interrogatori etc. etc. per poi avere una confessione di entrambi che dichiarano di non aver avuto rapporti sessuali ma solo orali (ambèè!!). Se vi interessa nel dettaglio il Sexgate, cercatelo su google e avrete una sfilza di articoli più o meno dettagliati sul fatto, antefatto e post fatto. Per me questo evento di cronaca, seppur risalente oramai a quasi vent’anni fa, è un ottimo incipit per una serie di riflessioni che mi frullano nella testa da un po’.

Piccola Premessa

Se il capo in oggetto non si fosse chiamato Bill Clinton, il caso non avrebbe fatto sicuramente tanto scalpore! Di fatto poco importa dove e come abbiano o meno consumato la loro passione: ciò su cui vorrei mettere l’accento è che erano due persone che lavoravano per la stessa azienda e uno dei due era in una posizione di potere rispetto all’altra. Cosa succederebbe se trasmutassimo ad oggi l’accaduto? Come sarebbe visto il Bill di turno? E lei, Monica, come avrebbe gestito il post? Da una sua non recentissima intervista per VanityFair, si evince che abbia fatto davvero fatica a lasciarsi questa vicenda alle spalle e riappropriarsi della sua vita. Perché nel 1998 questa  “tresca” fece tanto clamore? D’altronde non credo che sia stato il primo caso di relazione sul posto di lavoro tra capo e collaboratore e non sia nemmeno l’ultimo.

Veniamo a Noi

Ultimamente mi è capitato di riflettere, per diversi input ricevuti e anche per la specificità del ruolo che ho in azienda, sulle relazioni sessuali/amorose a lavoro. Non sono bacchettona e non ho l’anello al naso per cui so che la frequenza di relazioni pseudo-amorose a lavoro è maggiore di quel che immaginiamo, anche perché statisticamente passiamo ¾ della nostra vita a lavoro, per cui è facile possa succedere. Da una ricerca condotta da Business Insider, Business Insider, su 2500 lavoratori ben il 54% ha fatto sesso con un collega, mentre l’85% vorrebbe o addirittura ha tentato di farlo. Il  dramma vero, però, è che pare che funzioni: il  77% si ritiene più energico e produttivo, il  62% più aziendalista e il  56% più motivato ad andare a lavoro. Sembra, quindi, che nella fase iniziale la relazione porti benefici non solo individuali (le persone si curano di più, sono più energiche, migliorano talvolta anche nell’aspetto) ma anche aziendali (?).
A tal proposito non sono fautrice di un approccio fortemente restrittivo-proibitivo perché si rischierebbe di sortire l’effetto opposto, ma un  “pensiero su” un’azienda attenta al business e alle persone deve necessariamente farlo, soprattutto se la “liaison” è tra capo e collaboratore, che è la relazione più pericolosa tra le tante.
Analizziamo la cosa nel dettaglio: capo e collaboratore provano una forte attrazione fisica, cedono a questa e iniziano una “tresca”. Di “tresca” trattasi senza ombra di dubbio e non credo possiate smentirlo: di fatto nessuno in azienda penserebbe mai di dichiarare a tutti “guardate che io e tizio proviamo una forte attrazione fisica e quindi abbiamo deciso di frequentarci”. E perché nessuno lo dichiara apertamente? La risposta è facile: tutti hanno chiaro in mente quanto possa essere pericoloso intrecciare le due cose, non si può sapere come andrà a finire e statisticamente il 70% delle volte va male (e sono stata buonissima). Poi nel caso di capo e collaboratore le dinamiche che potrebbero innescarsi possono essere tante e anche perverse:

– Agevolazioni per il collaboratore
– Trattamenti di favore
– Violazione della riservatezza delle informazioni gestite dal capo
– Gelosie nel team

E potrei continuare a lungo ma voglio evitare di divulgare pensieri che potrebbero poi far venire idee insulse a qualcuno. In ogni caso se cerchiamo di essere obiettivi e restiamo su un dato di fatto, le premesse per questa relazione non sono positivissime. Eppure succede! Succede che un capo, nonostante sappia che è meglio evitare che accada, metta da parte l’etica e nella speranza che la cosa non si venga a sapere ceda all’attrazione. Ecco, è su questo passaggio che onestamente mi irrigidisco moltissimo: per me l’ etica è una competenza manageriale fondamentale nel mondo adulto esiste il controllo degli istinti, per cui ammenochè non sia un colpo di fulmine e amore vero (e ahimè non lo è quasi mai), credo che un manager debba farsela passare “la voglia” per rispetto di se, dell’azienda e anche della persona che potrebbe mettere nei guai. Le relazioni si basano anche su “giochi di potere” ma quando in partenza è già declarato che uno dei due ha una posizione “di fatto” di potere rispetto all’altro e allora il gioco è perverso a monte. Stando alle statistiche, è proprio il ruolo di potere ad innescare attrazione nella maggior parte dei casi, così come la “pericolosità” di essere scoperti è uno dei leit motiv che incrementano l’eccitazione nella relazione. Scrivere questo articolo ha richiesto un po’ di ricerca e i risultati di questa ricerca per certi versi sono stati sconvolgenti, perché ho trovato tanti articoli e guide su “come flirtare/conquistare il tuo capo”. Uno per tutti, a titolo esemplificativo (e anche vergognoso) è l’articolo di WikiHow che potete leggere qui. Ora, a parte che è dato per scontato che il capo sia un uomo ed il collaboratore una donna, per cui già mi infastidisce il “sessismo” di base, resto davvero attonita sui contenuti e forse ancor prima sull’esigenza che ha spinto WikiHow, così come molti altri, a pubblicare contenuti di questo genere. Ovviamente non conosco i numeri legati all’incidenza sul pubblico di questi post, ma se ce ne sono così tanti di articoli al riguardo, immagino che le persone vadano a leggerle e non saranno mica tutti motivavi come me a scrivere un’articolo di certo! E quindi come possiamo spiegare questo fenomeno? Davvero le persone hanno una consapevole necessità di mettersi nelle situazioni difficili? E davvero per farlo hanno necessità di cercare e trovare delle scontatissime mini-guide su come incasinarsi la vita? È come se le persone, consapevoli delle difficoltà, si appiglino ad una guida facile “esterna” che gli assicuri di portare a casa la vittoria. Voi che ne pensate?

Detto questo che può fare un’azienda attenta?

Come dicevo qualche riga più su, credo sia importante che l’azienda pensi in anticipo a come gestire determinate situazioni. Un’azienda che ha cura del benessere dei propri dipendenti, della cultura interna, del clima aziendale, dei processi e del business deve, a mio parere, necessariamente creare delle regole, semplici e chiare. Deve poi diffonderle accuratamente per creare consapevolezza e nel caso in cui accada, perché accade e lo sappiamo tutti, gestire le persone e cercare di metterle in condizione di non creare danni a se stessi e all’azienda in particolare. Non è questione di paternalismo e perbenismo, ma è questione di protezione del business a 360°. Moltissime aziende strutturate oggi hanno delle procedure legate alle relazioni: cosa fare se si ha un “love affair” con un collega, cosa fare se tuo marito/moglie lavora per un competitor, etc. Questo garantisce una preparazione nell’affrontare situazioni che possono diventare magari problematiche, o a prevenirle addirittura e mette in sicurezze azienda e persone.
E voi cosa ne pensate? Se è capitato nella vostra azienda, com’è stata gestita?

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